Vi trascrivo qui di seguito una lettera, presa dal Corriere delle Sera del 4 gennaio.

Una lettera di un uomo, direi importante.
Vorrei che la leggeste. Non vi dico chi è e non vi dico altro.
Commentate e ditemi la vostra, dopo di che vi svelerò (se non lo avrete già indovinato) chi è lo scrittore.

Gentile direttore, ho letto ieri con grande interesse l’ articolo di Rita Querzé sul Corriere. Che ogni giorno si gettino nella spazzatura quintali e quintali di pane e di altri alimenti è semplicemente assurdo. In Italia, ogni anno, si sprecano un milione e mezzo di tonnellate di cibo, quasi quattromila tonnellate ogni giorno. Ciascuna famiglia spreca cibo per circa 450 euro e, solo a Natale, finiscono al macero prodotti per un valore di 52 euro a nucleo familiare. È evidente che bisogna cambiare qualcosa nel nostro modo di consumare e di intendere il cibo. Fino a poco tempo fa, tutti noi appartenevamo a una cultura, quella contadina, per cui sprecare il cibo era uno scandalo. Procurarselo costava fatica e per questo si conosceva il valore delle cose, il valore del piatto che si riusciva a portare in tavola.
Ora invece sembriamo vittime di una sorta di perdita di senso: ingeriamo più di quello che ci serve e buttiamo via ciò che avanza, mentre c’ è chi non ha cibo a sufficienza per vivere. Di fronte a questa situazione, bisogna operare un cambio di mentalità, recuperare la memoria perduta e tornare ad un consumo etico. Il primo passo è rilocalizzare non solo la produzione, ma anche i consumi. Il principio della filiera corta, con un consumo di prodotti del territorio e di stagione, serve proprio a questo: a superare l’ incultura che ci fa buttare via una mela solo perché è un po’ ammaccata e che ci fa pretendere la rugiada sulla nostra insalata anche la sera. Bisogna innescare un circolo virtuoso che contribuisca a ridurre gli sprechi, e garantisca al contempo salubrità e sicurezza alimentare ai cittadini, un giusto reddito agli agricoltori e un vantaggio per l’ ambiente. In questo senso, un valido esempio sono i mercati dei contadini, i farmers market, le cui vendite, non a caso, nell’ ultimo anno sono cresciute di oltre il 300 per cento, segno di un cambio di rotta tra i cittadini consumatori. Occorre poi ripensare la filiera per consentire il recupero e la ridistribuzione del cibo a livello territoriale. E penso, ad esempio, al lavoro svolto da realtà come il Banco alimentare o i Last Minute Market, che recuperano il cibo e lo ridistribuiscono nel raggio di pochi chilometri, risparmiando in questo modo sui costi di gestione delle scorte e sui trasporti. A quel consumo globalizzato di cui è figlia la cultura dello spreco contemporanea, noi preferiamo la filiera corta, i prodotti dei nostri agricoltori, dietro i quali c’ è la storia dei nostri territori.

Aspetto le vostre impressioni e riflessioni.
Ciao a tutti.

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